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Emilio Isgrò e il rosso della memoria

Emilio Isgrò e il rosso della memoria

17 Luglio 2026

Emilio Isgrò e il rosso della memoria: “Storie rosse”, 1974

Nel 1974 Emilio Isgrò realizza Storie rosse, una cartella composta da dieci opere serigrafiche su carta Magnani di Pescia, ciascuna nel formato di 50 × 70 centimetri. Edita dallo Studio Nino Soldano di Milano e accompagnata da un testo critico di Tommaso Trini, l’opera appartiene a una fase centrale della ricerca dell’artista, nella quale la parola, la cancellatura e la riflessione sulla storia assumono una dimensione apertamente politica.

Oggi la cartella completa entra nella collezione di Morra Arte Studio, offrendo l’occasione per riscoprire uno dei lavori più radicali e significativi della produzione di Isgrò negli anni Settanta.

Dieci immagini che non mostrano quasi nulla

A un primo sguardo, le tavole di Storie rosse possono apparire come grandi superfici monocrome. Il rosso occupa quasi interamente lo spazio, nascondendo immagini, volti e avvenimenti. Restano però alcune brevi didascalie, sufficienti a evocare ciò che non è più possibile vedere.

Le dieci opere richiamano figure centrali della storia politica e rivoluzionaria moderna: Lenin che alza il pugno, Rosa Luxemburg che passeggia, Dolores Ibárruri immobile, Trotskij che contrattacca, Fidel Castro che sale, Mao Tse-tung che dorme, Che Guevara che cade, Salvador Allende che parla, Friedrich Engels che scrive e Karl Marx che fuma.

Nel testo introduttivo alla cartella, intitolato Omerica antagonista di America, Tommaso Trini riconosce in questa successione di persone e azioni una sorta di epopea contemporanea. Non si tratta, tuttavia, di eroi rappresentati secondo i modelli tradizionali della pittura storica: Isgrò elimina la loro immagine e lascia che siano poche parole a ricostruirne mentalmente la presenza.

Il rosso come colore e come cancellatura

Il rosso di Storie rosse non svolge una semplice funzione decorativa. È contemporaneamente colore politico, superficie pittorica e strumento di occultamento.

Isgrò non cancella tracciando le consuete linee nere sopra una pagina stampata. In questo caso la cancellatura si espande, invade quasi completamente il foglio e si trasforma in un campo cromatico assoluto. La storia sembra scomparire sotto il colore, ma proprio questa sottrazione la rende ancora più presente.

Lo spettatore non osserva direttamente Lenin, Mao o Che Guevara. Ne legge il nome e un’azione minima, quasi quotidiana: dormire, passeggiare, fumare, scrivere. La figura storica viene così privata della retorica monumentale e riportata alla dimensione concreta della persona.

Isgrò costruisce un paradosso: meno mostra, più costringe a immaginare. La cancellatura non determina quindi la semplice distruzione di un’immagine, ma apre uno spazio mentale nel quale memoria personale, storia collettiva e ideologia possono essere nuovamente interrogate.

La cancellatura non è censura

Emilio Isgrò comincia a intervenire su libri ed enciclopedie nel 1964, contribuendo allo sviluppo italiano della poesia visiva e dell’arte concettuale. Attraverso la cancellatura, la pagina smette di essere soltanto un supporto da leggere e diventa una vera superficie visiva.

Il gesto del cancellare potrebbe sembrare vicino alla censura, ma nella poetica di Isgrò produce spesso l’effetto contrario. Nascondendo gran parte di un testo o di un’immagine, l’artista protegge e mette in evidenza ciò che rimane. La cancellatura seleziona, condensa e genera nuove relazioni tra le parole.

Anche in Storie rosse l’occultamento non elimina la memoria dei protagonisti. La rende più intensa, perché obbliga chi guarda a completare personalmente ciò che manca. Il rosso copre le immagini, ma nello stesso tempo le trasforma in presenze simboliche.

È un principio fondamentale dell’opera di Isgrò: velare per rivelare, cancellare non per distruggere, ma per liberare significati nuovi. Questa concezione della cancellatura come strumento di memoria, e non come sua negazione, attraverserà tutta la successiva produzione dell’artista.

Emilio Isgrò nel 1974

Quando realizza Storie rosse, Isgrò ha già definito il nucleo essenziale del proprio linguaggio. Nel 1972 è stato invitato alla XXXVI Biennale di Venezia e nel 1973 ha partecipato a Contemporanea, la grande esposizione curata da Achille Bonito Oliva nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese a Roma.

Nel 1974 pubblica inoltre L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, scrittori, artisti, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini, opera costruita intorno alla moltiplicazione e alla messa in discussione dell’identità dell’autore. Pochi anni dopo, nel 1976, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma gli dedicherà una vasta antologica, mentre nel 1977 Isgrò vincerà il primo premio alla Biennale di San Paolo.

Storie rosse si colloca dunque in un momento di piena maturità, nel quale la sperimentazione degli anni Sessanta si amplia fino a coinvolgere la politica, la comunicazione pubblica, la costruzione dell’identità e il modo in cui la storia viene raccontata.

Non è casuale che una grande retrospettiva organizzata nel 2019 dalla Fondazione Giorgio Cini e curata da Germano Celant abbia incluso le Storie rosse tra i passaggi fondamentali dell’itinerario creativo di Isgrò, accanto alle prime cancellature, alle poesie visuali e agli interventi sull’Enciclopedia Treccani.

Un’opera da leggere oltre la superficie

Storie rosse non è soltanto una raccolta di dieci serigrafie. È un’opera unitaria, vicina alla forma del libro d’artista, nella quale ogni tavola costituisce una pagina di una narrazione più ampia.

Il formato editoriale permette di osservare le opere in successione. Le singole figure entrano così a far parte di un racconto collettivo, politico e umano. Il rosso collega ogni episodio al successivo, mentre le brevi didascalie imprimono al ciclo un ritmo quasi cinematografico.

La forza della cartella nasce dalla tensione tra ciò che appare e ciò che è stato sottratto: tra la superficie uniforme del colore e la complessità delle vicende storiche che essa nasconde. Isgrò non offre una ricostruzione didascalica del passato, ma mette in discussione il nostro modo di guardarlo e ricordarlo.

A oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione, Storie rosse conserva intatta la propria capacità di interrogare il rapporto tra immagine, parola, ideologia e memoria. Un’opera essenziale per comprendere come, nella ricerca di Emilio Isgrò, la cancellatura possa trasformarsi in una delle forme più incisive dell’affermazione.

La cartella completa di dieci opere è disponibile presso Morra Arte Studio.

Scopri la scheda di “Storie rosse”

Visita la pagina dedicata a Emilio Isgrò

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