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Tantissimi auguri di Buon Anno!
Ti amo di Stefano Ronci, è una scultura da appoggio in plexiglass specchiato, inserita in un elegante teca in plexiglass cm. 40 x 30 x 9.
Le opere appaiono spesso come se fossero osservate attraverso un vetro appannato dal vapore. Questo crea una realtà dove i soggetti sono parzialmente oscurati, lasciando visibili solo i colori e le forme essenziali.
Ronci costringe il pubblico a ricostruire mentalmente l'immagine, trasformando l'osservazione passiva in un processo creativo e immaginativo attivo.
Multiplo realizzato in soli 40 esemplari in tutto il mondo, opera corredata dalla sua confezione originale.
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| Tiratura dell'opera multipli |
€750,00

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Stefano Ronci nasce a Rimini nel 1972.
Le opere di Stefano Ronci sono espressione di un particolare genius loci romagnolo, in cui il carattere gioviale, gaudente, autentico, talvolta malizioso e irriverente, incontra la capacità innata di costruire qualcosa partendo da poco, di trasformare materiali comuni, scarti, residui e superfici in nuove possibilità visive.
Lontano dall’immaginario più immediato e pop del litorale, il lavoro di Ronci conserva una componente ludica evidente, ma la sviluppa attraverso un divertissement tutt’altro che frivolo. Le sue opere sono visivamente piacevoli, esteticamente raffinate e costruite su una composizione rigorosa, nella quale la materia, qualunque essa sia, non viene semplicemente utilizzata, ma esibita come risultato di un processo di trasformazione che diventa parte integrante dell’opera stessa.
Questo rapporto con la materia colloca Ronci in un territorio vicino alla ricerca concettuale, pur senza aderire rigidamente alle definizioni manualistiche del termine. La sua poetica nasce da un pensiero essenziale, da un’idea che prende forma attraverso il materiale e il procedimento tecnico, più che dalla volontà di formulare messaggi esplicitamente sociali, politici o narrativi.
Nel lavoro di Stefano Ronci non prevale il bisogno di spiegare il mondo, né quello di caricare l’opera di interpretazioni esistenziali o dichiarazioni programmatiche. Al centro della sua ricerca si trova piuttosto la sperimentazione della materia e del suo mutamento: un’indagine sul modo in cui un materiale può cambiare stato, funzione e significato attraverso un intervento tecnico, formale e semantico.
In questo senso, l’opera non è soltanto l’oggetto finale, ma anche la traccia del processo che l’ha generata. La trasformazione non viene nascosta: diventa linguaggio, struttura, memoria visibile del gesto artistico.
Un esempio significativo è il ciclo Trip del 2015, in cui l’opera nasce dalla sovrapposizione di retine realizzate stendendo resina su fogli di pluriball. Una volta asciutta ed estrusa, la resina diventa un film plastico autonomo, una sorta di pelle sottile che conserva l’impronta del materiale da cui proviene.
Da questa stessa logica deriva il ciclo Sudario, sempre del 2015, in cui ciò che rimane del colore sulla superficie dell’imballo diventa immagine. Le bolle d’aria del pluriball, insieme al caso e alla ripetizione del gesto, generano composizioni astratte in cui il residuo non è più scarto, ma traccia visiva dotata di nuova identità.
La stessa attenzione per ciò che normalmente viene escluso, eliminato o considerato secondario si ritrova in Resti, del 2018. In questo ciclo vengono riabilitati i trucioli delle matite temperate, frammenti minimi prodotti da un gesto quotidiano e ripetitivo che, pur nella sua apparente uniformità, genera forme sempre diverse.
Nel ciclo Losanghe, del 2017, Ronci lavora invece sugli scarti delle gelatine teatrali, piegati con precisione quasi ossessiva fino a trasformarsi in geometrie cromatiche. Il materiale, nato per filtrare la luce e destinato a un uso tecnico e funzionale, viene sottratto alla sua origine pratica e riorganizzato come forma estetica autonoma.
Per Stefano Ronci ogni cosa può diventare interessante. L’artista non preclude la possibilità di esistenza artistica a nessun materiale: pittura, scultura, installazione, video, resine, plastiche, superfici riflettenti, oggetti comuni e materiali di scarto diventano strumenti di una ricerca orientata alla trasformazione.
La sua sfida consiste nel ricollocare le cose nel mondo attribuendo loro una nuova dignità estetica. Non si tratta soltanto di riutilizzare materiali, ma di modificarne la percezione, sottraendoli alla loro funzione ordinaria e inserendoli in un sistema visivo più complesso.
Il lavoro di Ronci si muove così tra rigore compositivo e leggerezza, tra gesto ludico e controllo formale, tra intuizione materiale e costruzione concettuale. La materia non viene mascherata, ma mostrata come prova di un passaggio, di una metamorfosi, di un processo in cui l’oggetto comune perde la propria funzione originaria e acquista una nuova presenza artistica.