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Mario Schifano
Se Andy Warhol era il re di New York, Roma era di Mario Schifano. Il piu popolare esponente del Pop italiano.

Sottomonte

Sottomonte di Mario Schifano, è realizzata in serigrafia materica a smalto con 34 passaggi di colore su carta cm. 50 x 35.

Tiratura di 199 esemplari in numeri arabi, C in numeri romani, 100 P.A. (prove d'autore) e 100 H.C. ( hors commerce ).

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    Mario Schifano Sottomonte Morra Arte Studio

    Mario Schifano nasce a Homs, in Libia, nel 1934. Arrivato a Roma con la famiglia nel dopoguerra, senza una forte vocazione per l’istruzione scolastica, lavora restaurando vasi — apprendendo il mestiere dal padre, archeologo e restauratore — e disegnando planimetrie di tombe per il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

    Queste attività vengono progressivamente soppiantate dall’incalzare della sua propensione alla pittura, che si manifesta pubblicamente per la prima volta nel 1959, con una mostra personale alla Galleria Appia Antica di Roma. I lavori di questo periodo sono riconducibili alla cultura informale e caratterizzati da sgocciolature, gestualità e spessore materico.

    Con la mostra collettiva del 1960 alla Galleria La Salita, Cinque pittori romani: Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini, l’artista inaugura una fervida stagione destinata a durare più di un decennio, durante la quale si trova al centro dell’attenzione della critica. In questi anni riceve importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Lissone 1961 e il Premio Fiorino nell’ambito della mostra La nuova Figurazione, tenutasi a Firenze nel 1963.

    La sua pittura si dirige verso il monocromo, realizzato su carte incollate su tela e ricoperte da un unico colore dalla forte consistenza tattile. L’opera viene trattata come uno schermo sul quale iniziano a comparire lettere, segni e nuove immagini prodotte artificialmente dalla civiltà industriale.

    Seguono mostre personali e partecipazioni a esposizioni collettive in spazi privati, istituzioni pubbliche e manifestazioni nazionali. Tra queste si ricordano: La Tartaruga a Roma nel 1961, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 1966, L’Attico nel 1967, L’Ariete a Milano nel 1963, lo Studio Marconi nel 1965, la XXXII Biennale di Venezia nel 1964, la V Biennale di San Marino con Oltre l’Informale nel 1963 e la VI Biennale di San Marino nel 1965.

    All’estero partecipa a The New Realists presso la Sidney Janis Gallery di New York nel 1962, espone alla Galerie Sonnabend di Parigi nel 1963, al Carnegie Institute di Pittsburgh nel 1964, alla Biennale di San Paolo del Brasile nel 1965 e al National Museum of Modern Art di Tokyo nel 1967.

    Queste esposizioni testimoniano l’intensa attività di Mario Schifano nel corso degli anni Sessanta. In questo periodo si collocano anche i suoi ripetuti viaggi negli Stati Uniti, il primo nel 1962 e il secondo tra la fine del 1963 e l’inizio del 1964. Qui entra in contatto con la Pop Art e con le opere di artisti come Franz Kline e Jim Dine, rimanendone profondamente affascinato.

    Procedendo per fasi tematiche, Schifano realizza in questi anni i celebri paesaggi anemici: tele nelle quali il dato naturale non deriva da un’esperienza vissuta direttamente, ma dalla rielaborazione di un’immagine precedentemente riprodotta, richiamata attraverso allusioni, segni particolari e frammenti.

    L’artista si dedica successivamente a una serie di opere legate al Futurismo, nelle quali l’immagine viene ancora una volta ripresa dai mass media. È il caso della celebre fotografia del gruppo futurista a Parigi, le cui figure vengono trasformate in semplici sagome, evocate dalla memoria e collocate sotto pannelli colorati di Perspex.

    Nell’opera di Schifano l’attenzione per la tecnologia e la riproduzione delle immagini, insieme alla dimensione contemplativa rivolta alla città, alla musica, alla pubblicità e alla fotografia, si estende anche al cinema. Le sue sperimentazioni cinematografiche iniziano già nella prima metà degli anni Sessanta con alcuni cortometraggi, il lungometraggio Anna Carini vista in agosto dalle farfalle, presentato allo Studio Marconi nel 1967, e la trilogia composta da Satellite, Umano non umano e Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani.

    Negli anni Settanta e Ottanta la sua ricerca si concentra in misura crescente sul tema dell’arte e degli artisti. Schifano utilizza fotografie di icone storiche come Giorgio de Chirico, Henri Matisse, Leonardo da Vinci, Paul Cézanne e il gruppo dei futuristi.

    Questa tendenza può essere ricondotta al dipinto Futurismo rivisitato del 1966, nel quale il titolo viene tracciato sopra la celebre fotografia dei futuristi scattata in occasione della loro esposizione parigina del 1912.

    Le immagini provenienti dalla sua «Musa ausiliaria», la televisione, sottoposte a interventi pittorici e a ritocchi manuali, diventano successivamente protagoniste di una mostra itinerante ospitata dalla Fundação Memorial da América Latina in Brasile nel 1996, dal Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires nel 1997, dalla Fondazione Wilfredo Lam dell’Avana nel 1998 e dal Museo de Arte Carrillo Gil di Città del Messico nel 1998.

    L’impegno espositivo prosegue soprattutto in Italia, con mostre personali e collettive presso lo Studio Soligo di Roma nel 1970, il Palazzo delle Esposizioni in occasione della X Quadriennale, il parcheggio di Villa Borghese per la mostra Contemporanea del 1973, curata da Achille Bonito Oliva, La Steccata di Parma nel 1973, l’Università degli Studi di Parma nel 1974, la galleria di Lia Rumma a Napoli nel 1973, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Bologna nel 1976, la XXXVIII Biennale di Venezia nel 1978 e il Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1979.

    Questa attività diviene tuttavia meno prolifica a causa delle crisi esistenziali che coinvolgono l’artista a partire dalla fine degli anni Sessanta e che lo portano quasi a considerare il ritiro dalla pratica pittorica. Una condizione destinata a segnare anche i due decenni successivi.

    Durante questi anni tormentati Schifano realizza opere che, oltre a ripensare i grandi protagonisti delle avanguardie storiche — da René Magritte a Giorgio de Chirico, da Umberto Boccioni a Francis Picabia e Paul Cézanne — riproducono e reinterpretano anche la sua stessa produzione degli anni Sessanta.

    Quasi al volgere del nuovo decennio, l’artista ritorna pienamente agli strumenti propri della pittura, caratterizzata da un’intensa gestualità, e del disegno. L’unica materia diventa il colore, inteso come puro piacere cromatico sulla superficie bidimensionale del quadro.

    Nel 1997 viene insignito del Premio San Giorgio di Donatello per le vetrate policrome realizzate per la cripta della Basilica di Santa Croce a Firenze, in occasione del settimo centenario della sua costruzione.

    Mario Schifano muore il 26 gennaio 1998 in un ospedale romano. L’anno successivo la Biennale di Venezia gli dedica un importante omaggio, celebrando una delle figure centrali dell’arte italiana del secondo Novecento.

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