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Philippe Daverio parla di Antonio Nunziante - 2014 - Palazzo Medici Riccardi

Philippe Daverio parla di Antonio Nunziante - 2014 - Palazzo Medici Riccardi

17 Marzo 2023
Un brillante e interessantissimo intervento del compianto grande storico e critico dell'arte Philippe Daverio, nel 2014, in occasione della presentazione di una mostra dell'artista Antonio Nunziante all'interno del prestigioso Palazzo Medici Riccardi, nell’ambito della rassegna “Maggio Fiorentino”. Daverio parla di città italiane che "resistono alla modernità", diventando fucine di espressioni interessanti, in tempi in cui la "macchina dell'arte contemporanea" sembra essere entrata in crisi, e "dell'essere napoletano" con "la capacità di essere allo stesso tempo un uomo del passato e un uomo d'oggi, fregandosene radicalmente "dell'essere moderno"".

Essere napoletani non è una colpa, è una disgrazia, nel senso che porta ad una visione particolare del mondo che è proprio tutta napoletana, e che uno può tenersi appresso anche contro ogni tipo di intossicazione alternativa, anche la più concettuale in Italia, la più fintamente modernista che è quella torinese.
Nunziante è un napoletano che a Torino non è diventato concettuale.
Sono diventati concettuali tutti, anche Paolini. Lui è riuscito a non diventare concettuale.
Questo forse per due motivi: uno perché coriaceo, lo si vede fisicamente, e due per il cognome che si è ritrovato.
Nessuno è colpevole del proprio cognome ma il cognome, spesso a uno gli capita e gli tocca tenerlo, e magari chiamarsi “Nunziante”.

E se Nunziante vuol dire essere in qualche modo “qualcuno che deve annunciare”, e deve fare come uno dei più grandi annunciatori del XX secolo, che fu de Chirico, il quale "si fece" un quadro con scritto sotto “il vaticinatore”, quello che dice le cose che verranno, invece lui è diventato metafisico, per via del cognome, ma è l'unica cosa che lo tiene legato a de Chirico, perché per il resto è tutta un'altra storia.
Lui non è un metafisico dechirichiano, e anche se lo fosse non mi interesserebbe, perché gli emuli di solito non mi piacciono, preferisco gli inventori agli emuli, la loro forza è sempre maggiore di quella che non riesce ad esprimere chi poi li imita.

Il Vaticinatore - Giorgio de Chirico

Personalmente mi interessa molto l'altro fenomeno, quello suo bizzarro, che è quello di essere "Nunziante" e Napoletano.
I napoletani hanno una caratteristica bizzarra, sono riusciti ad evitare la modernità, l'hanno saltata a piè pari.
Quando il mondo intero stava diventando moderno, per dei motivi dei quali sono in gran parte colpevoli poi i piemontesi, ché avendo fatto l'unità d'Italia, vogliono imporre a Napoli una finta modernità ma già Napoli stava avanti con la sua, aveva fatto la sua ferrovia, andava benissimo così, con un meridione catastrofato, e una corte abbastanza allegra.
Questo fenomeno dell'unità d'Italia porta una rottura psichica all'interno del mondo napoletano che ebbe delle conseguenze molto divertenti, delle quali era portatore già all’inizio un pensatore napoletano, Giambattista Vico.

Quando Vico riprende le teorie presocratiche e preconizza una storia che è quella dell'eterno ritorno, entrando in parallelo con il più bizzarro dei pensatori tedeschi della fine dell'Ottocento, cominciando ad anticipare il pensiero di Nietzsche con un secolo in anticipo, cosa pensa?
Pensa che la storia non sia necessariamente come pensano i derivati dal mondo di Gerusalemme, cioè noi.
Noi che, essendo derivati dal mondo di Gerusalemme, siamo tendenzialmente legati a un'ipotesi teleologica della storia.
Noi andiamo da qualche parte, i greci no.

I greci vanno in circolo.
Il concetto di “Aion”, come tempo greco, è un tempo che torna sempre sul punto di partenza, gira in tondo.
I napoletani sono fortemente greci, basta andare in uno dei loro musei.
Loro non lo sanno... Ho dimenticato di fare una premessa: Non sono un critico d'arte, molti pensano erroneamente che io sia un critico d'arte ma faccio l'antropologo culturale, studio il comportamento delle tribù, che è molto più interessante che fare il critico d'arte.
I critici d'arte sono condannati a dire se una cosa è bella o è brutta. Io non sono capace di distinguerle, quindi non faccio il critico d'arte.
Sono solo in grado di distinguere se una cosa è autentica o è falsa rispetto alla tribù.
Quando trovo uno della tribù che finge di parlare norvegese, io mi rendo conto che dice una bugia, mentre se parla anche male il proprio idioma mi accorgo che dice la verità.

Quindi questa che sto facendo, è la disquisizione da antropologo sul caso Nunziante.
Bene, torniamo a lui. Lui riprende un fenomeno che è tipico dell’essere napoletani, cioè essere greci, perché erano antico-greci, quindi legati al concetto di Aion, e come tale al concetto dell'eterno ritorno del presente, e l’altro è il fatto che Napoli non si è accorta che c’era la modernità.
Per questo motivo filosofico: Napoli, una volta inserita in questa situazione molto complicata che è l'Unità d'Italia, e una volta subiti gli appetiti dei piemontesi che trovarono in Napoli il tesoro che mancava nel loro tesoro, cioè le risorse del Meridione, Napoli si bloccò, non ebbe più voglia di evolvere, e diede dei risultati formidabili da quel punto di vista, con due artisti che considero i maggiori artisti senza storia della storia della modernità, Antonio Mancini e Vincenzo Gemito.

Autoritratto (1886) - Vincenzo Gemito

Tutti e due se ne fregano del fatto che esistano i “tempi moderni”.
Tutti e due sono convinti di essere contemporaneamente nell'epoca dei greci e nell'epoca del vapore, nell'epoca del telefono, perché lo vedranno il telefono, e nell'epoca invece ancora della pietra incisa e dell'epigrafe.
Vivono questa sorta di bizzarra... non contaminazione, ma contemporaneità dei due fenomeni, e diventano astorici: vivono l'eterno ritorno del tempo di “Aion”.
È questo quello che trovo interessante nei lavori di Nunziante, lui riesce ad essere esattamente napoletano del Settecento essendo napoletano del ventunesimo secolo, riesce a giocare con i colori come se fossero ancora in parte, anche se li fa all’olio, ancora le tempere napoletane di una volta.

Mette insieme degli elementi storici che apparentemente sono totalmente in distonia l’uno con l'altro.
Come nel quadro del manifesto di questa mostra (vedi immagine in fondo), dove c’è qualcuno che versa dell'acqua in una roba che bolle che poi dopo non si sa bene come funziona.
È la macchina inutile, è una macchina inutile come lo è la modernità, cioè è la dichiarazione che essere moderni non serve a niente. Viene fuori da una trombetta una serie di nuvole.

Il dipinto di un demente? No, il dipinto di chi nega i percorsi del progresso nel quale gli altri sono obbligati a credere. Cioè è un non credente dell'idea della modernità.
Questo lo rende interessante nella situazione attuale, perché noi abbiamo vissuto per un periodo,
direi molto energico, un momento molto regolare di avanguardie che si succedevano nel resto d'Italia.

Metamorfosi - Antonio Nunziante

Hanno toccato anche un po’ Napoli.

Ci sono stati anche futuristi a Napoli, tipo Francesco Cangiullo, però i napoletani non lo sapevano.
Ci sono stati anche letterati moderni, ma hanno preferito evitare.
Napoli è rimasta in quella modernità all'infuori della modernità.
Ne paga le conseguenze gravissime, e anche alcuni vantaggi.
Le conseguenze sono quelle che leggiamo sui giornali.
I vantaggi purtroppo non li leggiamo mai perché nessuno li vuole raccontare, e i vantaggi sono stati proprio questo fatto bizzarro dell'idea che la storia possa ripetersi in un ciclo infinito e all’infinito, e quindi giocare con la pittura d'oggi o giocare con la pittura di ieri è assolutamente la stessa cosa.

E Nunziante è il Battistello Caracciolo, formidabile pittore del caravaggismo napoletano.
La lingua è sostanzialmente la stessa, né l'uno né l'altro è andato dal barbiere di Craxi.
Sono tutti a pelo lungo, sono tutti in una luce che è trasversale, ed è incomprensibile.
Sono tutti in un’atmosfera che è contemporaneamente mediterranea e astorica.

Da lì il suo lavoro diventa veramente divertente, perché diventa il contributo per un ragionamento diverso. Questo ragionamento diverso, ha un particolare valore, forse oggi, dove la macchina complessiva è entrata in crisi.

La macchina detta dell'arte contemporanea, si è avviata ad essere un po’ rallentata.
È vero che molte opere, anche recenti, possono passare alla storia perché sono significanti.
Parla sempre l’antropologo culturale, non il critico d’arte.
L’antropologo culturale quando vede il grande pescecane di Damien Hirst, che si disfa all'interno della scatola nel quale è stato messo come se fosse un reperto medico...

Lo squalo di Damien Hirst

In fondo è giusto che si disfi. Si disfa come si disfa il mondo che vuole rappresentare, è il miglior esempio possibile di un mondo che non può esistere.
È come quando guardo alcune opere della pop recente americana e le vedo totalmente prive di contenuto, ma queste opere non mentono, dicono la verità su un mondo che gli sta appresso che è totalmente privo di contenuto.
Sono testimonianze autentiche di un mondo privo di contenuto.

Allora trovare invece delle testimonianze così, un po’ contorte, di un mondo che il contenuto ce l'ha, diventa particolarmente interessante.
E diventa anche interessante vederlo esposto nell'altra città anti-moderno d’Europa, che è Firenze.

Firenze, dopo la guerra non si è più accorta della modernità, fatte due sfilate a Pitti, non si è più accorta che il mondo stava andando avanti, è rimasta lì.

La gioia di vivere - Antonio Nunziante

C'è stato un sindaco recente che ha avuto un po’ di fortuna e poi hanno fatto due o tre stramberie tipo chiudere il centro al traffico, in modo da trasformare via Tornabuoni in un duty free... Ormai sembra di essere all'aeroporto. Quando capito in via Tornabuoni mi aspetto sempre che ci sia il “din don, din don... il volo per Bergamo è in partenza fra un quarto d'ora”.
Perché ormai non è più città, vado lì, compro una scarpetta e me ne vado.

Firenze ha perso colpi rispetto a Napoli, dove queste follie non sono mai avvenute, perché Napoli sposa il suo disfacimento come una sorta di missione: deve andare avanti all'infinito finché si scioglierà definitivamente.
Ma tutte e due le città, ed è questa la cosa curiosa, hanno deciso di non dialogare con la contemporaneità, considerando che il dialogo con la contemporaneità dovesse essere una voglia di protagonismo.

Hanno detto: “...così come va il mondo, non ce ne frega nulla, noi vogliamo immaginare che la lingua che abbiamo parlato fino a ieri mattina è una lingua che va avanti ancora oggi”.

Mi sono chiesto spesso perché.
C'è un motivo. A Napoli si mangia napoletano ancora oggi, a Firenze si mangia fiorentino ancora oggi.
Sono i due luoghi in assoluto più impermeabili alla nouvelle cuisine.
Chiunque volesse venire qua a cucinare con i nuovi sistemi, come quelli del troppo freddo e del troppo caldo, perderebbe la scommessa immediatamente.
Ma non solo.
Chiunque volesse venire qua, o a Napoli a cercare di farvi parlare finto inglese qui, oppure finto televisivo a Napoli, si troverebbe perdente.

In un mondo nel quale due elementi che interessano sempre l'antropologo culturale sono permanenti, cioè le locuzioni linguistiche e gli accenti corrispondenti da un lato e le abitudini alimentari dall'altro, mentre su quelle sessuali non siamo in grado di stabilire con attenzione un parametro di indagine perché si fa troppa fatica, e su quelli invece alimentari e linguistici, dove si riesce molto più facilmente a mettere insieme una serie di documenti che parlano in fila, sono le città che hanno mantenuto la loro linguistica precisa.
Non hanno accettato l’hamburger.

Loro non hanno accettato l'hamburger come Nunziante non ha accettato la Pop art.

Sono due fenomeni assolutamente identici.
Noi spesso pensiamo che non sia così perché siamo critici d’arte e allora i critici d'arte si cimentano nel tentare di capire come si fa ad essere Warhol a Bergamo.
E sperano che un bergamasco diventi Warhol, anche perché di solito sono parenti di quello che non commercia e sperano che il bergamasco Warholizzato diventi costoso come Warhol... non ci riescono mai, ma continuano a crederci.

Questo è il percorso generale. Grande contemporaneità.
Tutti tentano di entrare in un gioco, dopo un po’ non ci riescono e fanno il rappresentante di commercio di un negozio inglese o Newyorkese nella loro città d'origine, e non avendo i soldi per comprare l'originale vendono litografie.
L'Italia è il paese del commercio delle litografie oggi, ma rimangono le aree di resistenza: "i pazzi".

La nostra salvezza sta nei pazzi.
La nostra salvezza sta nei vaticinatori, in chi resiste e organizza meccanismi di resistenza.
Allora spesso mi sono chiesto come mai i meccanismi di resistenza fossero totalmente falliti a Milano o a Torino.
La risposta è facile: nei luoghi che funzionano, nei luoghi dove il rapporto con la contemporaneità è una misura da controllare quotidianamente, è molto difficile resistere perché la forza della vitalità quotidiana rompe ogni possibilità di resistenza.

I grandi luoghi di resistenza civico-intellettuale sono quelli che non funzionano.
Firenze, Napoli, per esempio... Venezia non c'è neanche più, se ne sono andati tutti, non c’è più un veneziano a Venezia, ci sono solo dei turisti e dei cuochi.
Ma a Firenze, dove invece qualcuno è rimasto...
anche da Firenze se ne vanno, però se si calcolano un po’ le colline intorno, sostanzialmente la popolazione è rimasta in questi luoghi dove il dialogo con il fascino di una modernità attuale, l'attualità esagerata, non è riuscita a trovare un ancoramento.

In questi luoghi dove il rapporto fra passato e presente non ha generato catastrofi ecologiche vere e proprie, è possibile immaginare un altro percorso della pittura.

Questo è il lavoro che Nunziante sta facendo.

Quando io vedo le sue camicie appese... e le sue camicie appese mi ricordano il percorso di un altro grandissimo artista e distillatore della "carogneria propria", della pittura pura che fu Gianfranco Ferroni, con cui eravamo molto amici e che purtroppo non c’è più da una decina d’anni, e che anche lui prendeva questi cenci di camicie...
Questi pezzi di modernità reale, perché sulla camicia, come quella che abbiamo addosso, non c'è nulla da scherzare, è l'oggetto più banale che esista, ma se me lo fa rivedere all'interno di un percorso artistico, gli dà un valore diverso, e trovarlo nei due mi ha colpito molto, perché vuol dire che i due seguono dei percorsi che sono carichi di parallelismi anche inattesi.

Sono i parallelismi della modernità, corrispondono, come si vede anche nel manifesto.
È tutto antico ciò che il personaggio ha davanti a sé, potrebbe essere tutta roba anche del secolo passato. Però ha la t-shirt e in mano il secchio di moplen, ha due elementi dell'attualità che entrano in un linguaggio del passato. Per il resto potrebbe essere un caravaggesco napoletano fra fine ‘600 e inizio ’700.

Manifesto della Mostra

Ma il secchio di plastica e la t-shirt danno quella distorsione... che è quella che genera quel fenomeno bizzarro che, se uno è capace di individuare, individua il fenomeno poetico.
E allora lui torna inconsapevolmente, perché è meglio non far sapere, adesso dirò il segreto ma spero che non lo usi, perché è uno strumento che potrebbe essere per lui suicida, lui torna ad utilizzare esattamente ciò che utilizzava de Chirico, la compenetrazione e la contemporaneità di meccanismi storici che apparentemente sono lontani l'uno dall'altro, che sono il cuore del percorso metafisico, perché sono alla radice di ciò che succede nelle nostre menti quando smettiamo di ragionare trovandoci in un mondo greco e consequenziale, quando riprendiamo una serie di percorsi che sono pulsionioniriche”, così si dice oggi perché va di moda la psicanalisi, che sono pulsioni diverse da quelle del ragionamento deduttivo.

In queste pulsioni, la contemporaneità di oggetti che appartengono a epoche diverse apre dei meccanismi psichici inattesi, che sono quelli che ancora una volta raccontano sul fatto di essere napoletani, cioè la capacità di essere allo stesso tempo un uomo del passato e un uomo d'oggi, fregandosene radicalmente dell'essere moderno.

Alla scomparsa di Philippe Daverio, nel 2020, il Maestro Antonio Nunziante lo ricordava così: "Occhiali tondi, tabarro, cardigan in tessuto scozzese, orologio da tasca, e immancabile papillon in tinta pastello... Stava già molto male all’epoca, ma Daverio era un uomo di una generosità inimmaginabile e non volle comunque mancare. Si fece venire a prendere a Milano e stette due giorni nel capoluogo toscano.".
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