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Economizzazione dell’arte

Economizzazione dell’arte

21 Novembre 2023
Nell'articolo precedente, Arte contemporanea ed economia: un binomio “blasfemo”?, abbiamo introdotto il legame tra arte ed economia, di come vivono gli artisti il binomio arte contemporanea / economia, e accennato al capitale economico e capitale simbolico.
Abbiamo visto che nonostante le critiche rivolte alla relazione tra arte ed economia, è innegabile che questi due mondi siano strettamente intrecciati, influenzandosi reciprocamente.
Questa convergenza ha dato vita all'“economia dell’arte”, un campo di studio che esamina i reciproci impatti economici tra l'arte e l'economia.


Oggi assistiamo a un fenomeno di “economizzazione dell’arte”, accompagnato da una parallela “culturalizzazione dell’economia”:
l'economia riveste un ruolo cruciale nel mercato artistico, mentre il capitale simbolico e culturale assume sempre maggiore importanza nelle aziende.
Sempre più imprese si avvicinano al mondo dell’arte, creando collezioni aziendali, arricchendo i loro spazi con opere di artisti contemporanei e offrendo un’educazione artistica al personale, sensibilizzandolo e introducendolo a un universo che per molti era prima sconosciuto o considerato superfluo.
È l'economia stessa a prendere ispirazione e ad adottare le dinamiche del mercato dell'arte, operando non solo secondo logiche quantitative ma anche qualitative.
Oggi più che mai l'economia si apre alla creatività e alle molteplici capacità innovative proprie del mondo artistico, sperando di trarne vantaggio.

Nella valutazione dei risultati di un'impresa, non si fa più riferimento esclusivamente al capitale monetario, ma si tiene conto anche del capitale culturale e intellettuale.
Da qui nascono molteplici connessioni tra arte ed economia, che spaziano dalle collezioni aziendali alle collaborazioni tra rinomate industrie e artisti.

La presenza di opere d'arte in un ambiente di lavoro, può migliorare la produttività?

È meglio un'opera d'autore o un poster dozzinale in sala riunioni?



Una scultura di rattan serpeggia lungo i soffitti di questo edificio ufficio e fabbrica a Waregem, in Belgio, è stato ristrutturato dallo studio di architettura thailandese Enter Projects Asia.
Chiamata “A Factory Facelift”, l'installazione è stata commissionata dai proprietari di una fabbrica di ghiaccio per portare equilibrio e serenità all'interno del loro piccolo edificio in cemento nell'ovest delle Fiandre.



Già in uno studio del 2016 compiuto dall'Università Cattolica di Milano sulle “Corporate Art Collection” - le collezioni d'arte raccolte dalle imprese italiane -, attraverso mappature ed analisi di 160 collezioni aziendali, con il fuoco su dimensioni, peculiarità e modelli di fruizione, emergeva un panorama variegato, in cui fianco a fianco si trovano grandi colossi dell'economia e piccole aziende con meno di 50 dipendenti, con una lieve prevalenza di cultori dell'arte tra organizzazioni del settore assicurativo e bancario.

La maggior parte delle collezioni non risultava numerosissima, solo il 16% di queste possedeva più di tremila pezzi, e prevaleva leggermente la tendenza a privilegiare opere d'arte contemporanea.
Un aspetto intrigante è il motivo che spinge le aziende ad investire in dipinti e sculture.
Questa scelta non dipende solamente dalla passione dei dirigenti, ma anche dall'obiettivo di consolidare l'identità aziendale, stimolare il senso di appartenenza e favorire la creatività.
Un esempio è l'organizzazione di corsi formativi che coinvolgono artisti, curatori e dipendenti.
L'arte rappresenta inoltre un potente mezzo di promozione, sono più di un terzo ormai le realtà che fanno un uso efficace del proprio patrimonio.
Pensiamo all'impegno di Eni nella cultura, alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo o ancora all'azienda Elica, leader del settore cappe da cucina che, oltre ad essere una bellissima storia italiana di successo, è stata una delle prime imprese Italiane a comprendere il grande potenziale dell’arte contemporanea in azienda.
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